La lettura ai tempi della FOMO, della performatività e della società del conforto – Inside Books #41
Cosa succede alle nostre abitudini di lettura nell’epoca del consumismo, dell’eccesso e dell’esposizione mediatica continua?
L’inizio dell’anno porta con sé progetti ambiziosi su se stessi, sul lavoro, sullo studio e sulla propria (supposta) crescita personale, magari conditi con un consulto astrologico per verificare la dose di fortuna o sfortuna che ci accompagnerà. Da questi obiettivi, non mancano ovviamente i propositi di lettura, più o meno favolistici, a seconda del grado di autoinganno insito in ognuno di noi (il mio, se posso vantarmi, è parecchio alto). Per questo, ogni anno, stilo una lista bella lunga dei libri, delle autrici e degli autori che mi piacerebbe leggere nel corso dei prossimi dodici mesi.
Ci riuscirò? Già so di no, ma vivo di progettualità e di mancate promesse. Sono un essere umano semplice che naviga nell’epoca delle liste, delle vision board e di una costante pressione a chiedermi compulsivamente “qual è il prossimo passo?”, “cosa c’è davanti a me nei prossimi cinque anni”?
Battute a parte, io credo che la verità abbia due facce:
la prima, quella che sento più vicina a me è che, lavorando con i libri e usando i social più di quanto sia ragionevole fare per lavoro, sono sovrastimolata da tante novità, troppe novità, e moltissimi titoli passano sotto i miei occhi ogni giorno, depositando nel mio cervello un querulo e insistente interrogativo: dovrei leggerlo? E se mi perdessi un capolavoro? Ovviamente non è così nel 99 per cento dei casi, eppure chi può dirlo con certezza assoluta? Si chiama FOMO, fear of missing out. E come si combatte? Con un piano. Il piano è di darsi una lista di libri da leggere e attenersi – per quanto possibile – a quella. Si chiama morigeratezza, coerenza, forza di volontà. Perché sono libri che HAI già in libreria, perché li hai desiderati in passato, perché sono autori che significano qualcosa per te, ecc. Quindi io, all’inizio di questo 2026, ho stilato il mio piano – la mia piccola zattera che lascia il porto e affronta la marea montante di novità editoriali che mi aspetta in mare aperto – e lo considero un argine contro l’accumulo frenetico di libri appena usciti, una difesa per non farmi ricadere, quanto meno non totalmente, nelle trappole del marketing;
la seconda faccia della verità, però, è che viviamo in un’epoca performativa dove la lettura sta accelerando – come tutto, del resto – e ci sta spingendo a un approccio sempre più consumistico dove non fai in tempo a goderti il libro che stai leggendo perché pensi già al prossimo. Una sorta di logica fast-fashion che dilaga anche in altri ambiti: leggi, compra, leggi di più, consuma più in fretta, ricompra. A questo proposito, mi sembra il momento giusto dell’anno per ricordarci che no, non è normale avere più di 800 (!!) libri in TBR.
Quindi vanno bene i buoni propositi ma andiamoci piano, e ricordiamoci che nella lettura cerchiamo calma, riflessioni lente e profonde, non stress, ansia e senso di inadeguatezza!
È anche per queste ragioni che il nostro gruppo di lettura si concentra sui classici (quest’anno Mattoni Europei) per astrarci volutamente da un mercato fin troppo agitato.
Lo ha detto meravigliosamente Donna Tartt, in questo stralcio inedito di cui sono venuta a conoscenza grazie ad Arianna che ne ha scritto qui:
Especially in this day of loudly-shouting media, with texts and tweets and telecommunications bombarding us from every direction, we have to remember, and teach other people, why we love books: for the depth and richness and nourishment that only books can give.
Books are a way out of the world and a way of being out of it not in any bad sense of the phrase, but really out of it, for all sorts of reasons, but mainly because books give us a breathing space, outside the world, outside time, outside death.
Ma non è solo questo. I gruppi di lettura – sono tantissimi quelli partiti a gennaio 2026 – ridanno valore a un’altra dimensione della lettura: quella relazionale.
Che poi è anche l’antidoto perfetto all’iperindividualismo e all’iperefficienza degli hobby. Lo spiega bene Chiara Faggiolani, docente di biblioteconomia presso l’Università la Sapienza di Roma, intervistata da Giacomo Giossi su Il Tascabile in cui si parla di una “crisi del piacere” della lettura:
Il libro non è solo un bene da vendere: è un bene relazionale. Ogni libro porta con sé idee che circolano, immaginari che si condividono, legami che si creano. I gruppi di lettura e le comunità della conoscenza lo dimostrano chiaramente (…) La partecipazione al gruppo genera benefici che vanno oltre la lettura stessa, con ricadute positive sulla salute mentale, sul benessere individuale e collettivo. Credo che sia questa la prospettiva nuova da abbracciare: guardare non solo al libro come oggetto, ma alle relazioni e agli effetti che la lettura è in grado di generare. Il suo potere trasformativo.
Più in generale, dovremmo rimettere al centro della lettura non quello che è immediatamente utile ma quello che ci interroga davvero o ci dà piacere e godimento. E lo fa anche nel mondo fisico.
Preparatevi, infatti, a sentire sempre più spesso nel 2026 la parola “attrito”. Tutto ciò che non è fluido, semplice, lontano “un click” è il vostro antidoto all’apatìa e all’indifferenza che purtroppo il mondo del digitale ha prodotto. Lo spiega bene il giornalista Francesco Marino qui.
Le esperienze che costano fatica – come incontrarsi con sconosciuti a un gruppo di lettura, partecipare a un viaggio organizzato, andare a ballare da soli, parlare con i colleghi antipatici, andare ai concerti, ecc. – portano anche una certa soddisfazione, una volta che si è riusciti a superare la paura di farle. Invece, evitarle – perché si prova disagio, perché è cringe e tutto il baraccone di scuse proposte di solito – al massimo porta a un sollievo passeggero. Ma non ci farà mai emozionare, non ci farà mai vivere davvero.
Con il digitale è sempre più raro mettersi in gioco perché tutto è diventato fin troppo semplice: sono gli altri che ci portano da mangiare direttamente a casa, ci lavano il piumone e ce lo riconsegnano a domicilio, facciamo fatica a chiamare i nostri amici ma in compenso ascoltiamo tutto il giorno sconosciuti sui social, sentendoci più vicini a uno schermo e dandoci l’illusione di una prossimità inesistente. Tutto questo perché? Perché è più comodo e semplice.
Legittimo chiedersi: se niente è difficile, cosa resta dell’esperienza umana?
Non solo stiamo vivendo nella società dei consumi ma, da quando gli algoritmi ritagliano per noi esperienze e percorsi completamente personalizzati (in cui ognuno vive nella propria bolla di interessi), stiamo entrando anche in una società di conforto, di rassicurazioni, che vive di facilonerie e superficialità. Credo che ne stiamo constatando gli effetti anche sulle arti.
In Letteratura, per esempio, si rivendica un elemento che dal punto di vista estetico (i criteri con cui si giudicano le arti) è pressoché nullo ma che risulta decisivo nel momento dell’acquisto in libreria: il valore di ciò che ci piace “perché ci fa stare bene”, perché ci coccola e ci conforta (non è un caso che siano tornati di moda e adesso assurti a sottogeneri le categorie che sfruttano l’aggettivo “cozy”, confortevole, appunto, per ritagliarsi una fetta di pubblico, come il cozy fantasy, il cozy mystery, ecc.).
Che ne è “della bellezza”, però? O del valore artistico, che dir si voglia.
Si dà il caso che questo interrogativo è proprio al centro dell’ultimo libro di Zadie Smith che ho avuto la fortuna di leggere, appunto Della bellezza, brillante campus novel in cui si scontrano due famiglie ideologicamente contrapposte: una liberale, l’altra conservatrice. I Belsey e i Kipps, e in particolare i loro capifamiglia, due professori rivali che si detestano reciprocamente e litigano a suon di paper e conferenze, dovranno affrontare le sfide di un clash culturale, dovuto alle origini statunitensi e inglesi delle due famiglie, ma anche fare i conti con le aspettative sociali e gli stereotipi che li coinvolgono, in quanto famiglie di etnia mista.
Il romanzo ha anche una chiave postmoderna, non soltanto dal punto di vista linguistico (giocando con il gergo universitario e quello giovanile underground), ma anche perché è un rifacimento contemporaneo (e ben più sfacciato) del classico Casa Howard di E. M. Foster, però in un contesto globalizzato e post-coloniale.
Come il maestro inglese, anche Smith non è una moralista ma evidenzia tutte le contraddizioni della vita, riflettendo molto su mascolinità e femminilità, all’interno anche delle categorie estetiche e filosofiche dell’Arte. Voi sapevate chi era la moglie di Rembrandt, per esempio? L’autrice mostra con la sua irresistibile ironia e la sua verve comica, quanto persino in un ambiente accademico e artistico, si possa ottusamente essere superficiali, quando non direttamente meschini e idioti nei confronti degli altri e dei loro bisogni.
L’interrogativo che mi è rimasto più impresso è: a cosa serve perorare la causa della bellezza e l’amore per l’arte, se questo non si traduce nell’amore per la vita, per gli esseri umani e per i loro sentimenti? A cosa serve insegnare la Cultura se poi si è ciechi nei confronti degli studenti, dei figli, delle mogli, degli amici che ci stanno di fronte? Per questa critica alla sterilità dell’accademismo, ricorda in parte anche Possessione di Byatt, anche qui infatti si introduce il tema del collezionismo artistico come mero mercimonio, senza alcun legame diretto con il valore artistico delle opere.
Per me attualissimo, soprattutto nel prendere di petto il tema della libertà di parola e del politicamente corretto. Mai banale, questa scrittrice riesce sempre a frugare nella mia testa e scombussolare tutti i miei pensieri.
Editoria e dintorni
È uscito Skippy Muore, romanzo di Paul Murray, antecedente rispetto a Il giorno dell’ape ma finito fuori catalogo in Italia. È stato riportato sul mercato da Einaudi che, nel frattempo, per i 30 anni dalla pubblicazione di Infinite Jest ha annunciato una nuova edizione del romanzo culto. Molto retronostalgico. Ci piace.
Quali libri leggere d’inverno? Qui i miei consigli.
Iniziano ad arrivare in Italia i romanzi chiacchieratissimi all’estero nel 2025; uno di questi è Tre nomi che arriva per Garzanti.
È giusto che gli editori arrotondino con la formazione? Se ne parla su Libero.
6 libri in uscita nel 2026 che ci piacciono.
Nel 2026 arriveranno tanti adattamenti cinematografici e seriali di romanzi. Qui uno sguardo a ciò che ci aspetta.
Siamo tutti reduci dalla visione del finale di Stranger Things. Cosa guardare (ma anche leggere) se ti manca già la serie?
Se volete provare gli audiolibri, qui 30 giorni di ascolto gratis con Storytel.
Dato che tra i progetti ambiziosi del 2026 di cui sopra c’è anche quello di sistemare un po’ meglio la mia tana, vi lascio con questo carosello magico che elenca alcune tra le più belle librerie casalinghe del mondo.
Se hai dei suggerimenti su tematiche da affrontare, libri, meme e/o dritte di ogni tipo, scrivimi pure sui miei account social. Se vuoi informazioni sull’abbonamento scrivi a: info@nredizioni.it








Non io che con il mio cervello mezzo comatoso da fine della settimana leggo:
"Si chiama FOMO, fear of missing out. E come si combatte? Con un pianTo."
Da provare, magari funziona 🤣
Ciao Ilenia, ti leggo sempre molto volentieri!
Partecipo a due gruppi di lettura a Bologna e devo dire che sì hai ragione, i gruppi hanno valore soprattutto relazionale, favoriscono rapporti veri e fanno circolare tante idee e pensieri che, diversamente, dove resterebbero?
Abbiamo letto recentemente un libro che considero davvero speciale e ti voglio consigliare, soprattutto per la qualità della scrittura: L’immensa distrazione di Marcello Fois. Se lo leggerai, sarò molto curiosa e interessata a un tuo parere.
Ti auguro belle cose, sempre😊Catia