La rilettura femminista del mito in Christa Wolf – Mattoni Europei Extra
Un’autrice tedesca del Novecento ha cambiato tutto: dalla riscrittura fino all’autofiction, e torna ora in libreria per abbracciare un nuovo pubblico
Oggi le rivisitazioni del mito ci appaiono delle mere operazioni di marketing o, meno cinicamente, dei semplici tentativi di rivitalizzare in chiave pop le storie dell’antichità classica.
Ma c’è stato un tempo in cui la riscrittura mitologica si poneva come un atto profondamente radicale, di eversione, di messa in discussione del canone e dell’immaginario collettivo per proporre dei nuovi archetipi e una nuova visione del mondo.
È anche per questo che l’opera di Christa Wolf (1929-2011), una delle figure centrali della letteratura tedesca del Ventesimo secolo, viene ricordata. Le sue reinterpretazioni delle figure di Cassandra e Medea continuano a essere creazioni vivide e originali, soprattutto perché entrambe rappresentano la volontà di illuminare una “terza via” alla guerra e all’annientamento, minacce che ancora oggi, così come allora, incombono sul nostro mondo.

Non è casuale la scelta delle Edizioni e/o di ripubblicare, proprio in vista del centenario della nascita di questa grande autrice nel 2029, l’opera completa di Wolf. Da aprile 2026 con l’arrivo di Cassandra e Premesse a Cassandra, è partito “un piano di ripubblicazione” con nuove copertine, “che restituisce unità, profondità e rinnovata forza d’insieme al lavoro di una delle più grandi voci della letteratura europea. L’obiettivo è duplice: rendere nuovamente disponibili i titoli fondamentali, e offrire una lettura complessiva, capace di mostrare come il percorso di Wolf rappresenti uno dei più importanti laboratori narrativi del Novecento”.
Leggi qui la conversazione con l’editore sulle particolarità di quest’operazione
Creare nuove edizioni di opere letterarie del Novecento: il fenomeno della ripubblicazione funziona?
Una conversazione con la casa editrice e/o sulle nuove edizioni dei libri di Christa Wolf
A muovere Christa Wolf sono delle finalità umanistiche e pacifiste, di cui si fanno portavoce delle donne che smettono i panni delle figure tragiche per trasformarsi in soggetti pensanti, agenti e coscienti della complessità del reale. Del mito tramandato dai poemi omerici e dalle tragedie di Eschilo e Euripide, Wolf cambia degli aspetti fondamentali: la storia, la lingua (che diventa un flusso di coscienza modernissimo), la psiche delle protagoniste. Le sue reinterpretazioni rispecchiano il suo presente (ma anche il nostro), dimostrando quanto le riflessioni sulla libertà e sul potere (e i modi violenti in cui viene esercitato) siano universali e trasversali in ogni tempo.
Ciò non significa, però, che si può prescindere dal contesto storico-politico in cui l’opera di Wolf si è sviluppata. Il tema centrale della sua narrativa – il conflitto tra individuo e società – è indissolubilmente legato alla storia della Germania nazista prima e, poi, della Repubblica Democratica Tedesca (DDR) con i conseguenti conflitti della Guerra Fredda.
Essere una scrittrice nella DDR
Wolf trascorse tutta la sua vita tra le tensioni politiche della Germania Est e Ovest, divisa tra l’adesione ideale al socialismo (si era iscritta nel 1949 al SED, il Partito di Unità Socialista di Germania e nel 1955 al DSV, ovvero l’Unione degli Scrittori Tedeschi, ricoprendo incarichi rilevanti nell’ambito della cultura istituzionale) e la critica alle sue degenerazioni burocratiche e repressive. La DDR, infatti, rappresentava al contempo un sogno utopico di socialismo e un incubo di sorveglianza e di censura, che avveniva per mano della Stasi, l’organo di spionaggio che minava il dissenso. Insieme a molti altri artisti e intellettuali, all’inizio Wolf abbracciò – e in realtà non abbandonò mai – i valori di giustizia sociale post nazismo e il progetto di realizzare una “repubblica delle lettere”, in cui fossero gli intellettuali a partecipare attivamente alla vita governativa.
Dopo il crollo del regime nazista, infatti, si assistette a un processo di rinnovamento totale della società, all’insegna dei valori antifascisti. In particolare, nella DDR, a partire già dal 1950, la SED (Partito di Unità Socialista) incluse la cultura nella pianificazione statale, instaurando una “dittatura con fini educativi”. In questo sistema, l’educazione cessò di essere un privilegio per diventare un modello d’istruzione obbligatorio e imposto a tutta la popolazione. In quest’ottica la letteratura diventò fondamentale per trasmettere valori umanistici e norme di comportamento collettivo. Johannes R. Becher, primo Ministro della Cultura della DDR, promosse l’idea di una società basata sulla letteratura (Literaturgesellschaft), favorendo una democratizzazione della cultura e uno scambio continuo tra chi produceva e chi fruiva l’arte.
Nonostante la dipendenza dal potere, il ruolo di “educatori del popolo” garantiva agli scrittori dei vantaggi materiali, tra cui borse di studio, sussidi e possibilità di lavoro come lettori o traduttori. Tuttavia, la DDR era uno Stato autoritario che ben presto cominciò a sottoporre tutti i cittadini (compresi e soprattutto gli intellettuali) a un giogo: la letteratura doveva essere allineata alla politica di partito, altrimenti sarebbe stata censurata e messa al bando.
La stessa Wolf, dopo aver criticato espressamente e in più occasioni l’operato del governo, venne considerata oppositrice politica e sorvegliata dalla Stasi (dal 1965 fino alla caduta del muro di Berlino). Nonostante la repressione, però, Wolf decise di rimanere nella Germania dell’Est, preferendo giungere a compromessi con la realtà politica del suo paese, piuttosto che vivere come esule. L’autrice sentiva una responsabilità etica verso i propri lettori e credeva che l’intellettuale dovesse agire come coscienza critica all’interno del sistema. Come la sua Cassandra, che rifiuta di fuggire con Enea per non partecipare alla fondazione di un nuovo impero patriarcale, la Wolf rimase per testimoniare la fine del suo mondo e continuare a rivendicare nelle sue opere gli ideali di un “socialismo dal volto umano”.
Infatti, si oppose al regime attraverso la sua scrittura, creando un modo di esprimersi ben diverso dal realismo socialista: “l’autenticità soggettiva” di Wolf era uno stile molto simile al flusso di coscienza, caratterizzato dall’affastellarsi di immagini del passato e ricordi frammentari, che poi le protagoniste dovevano ricomporre attraverso un’indagine dolorosa che le avrebbe portate alla verità, per quanto scomoda. Una sorta di maieutica della coscienza. Da qui si comprende anche l’uso del mito o del passato storico come allegorie per denunciare il clima di oppressione e paura della DDR. Christa Wolf ha utilizzato la scrittura come strumento di autocoscienza e resistenza intellettuale, cercando costantemente di illuminare i “punti ciechi” della storia e della psiche umana.
Paradossalmente, dopo la caduta del Muro, la scrittrice fu travolta da violenti attacchi della stampa (in particolare, dal periodico Der Spiegel): fu accusata di essere stata una “poetessa di Stato” (Staatsdichterin) che non aveva condannato fino in fondo il regime. Anzi, nel 1993 emerse la sua collaborazione come informatrice della Stasi, anche se, come abbiamo già detto, lei stessa veniva sorvegliata dalla polizia speciale. A ben vedere, però, Wolf non era una vera e propria “informatrice”, anzi, la Stasi la riteneva una fonte inaffidabile. Il suo nome era semplicemente stato trovato nei registri della polizia, cosa che all’epoca avveniva assai di frequente e con facilità. E di certo non basta per avvalorare la tesi del collaborazionismo. L’intera vicenda è raccontata ne La città degli angeli.
Il punto è che non c’è un modo “puro” e privo di contraddizioni di essere un intellettuale all’interno di una dittatura. Il rapporto tra la Wolf e la DDR fu un doloroso conflitto di lealtà, contraddistinto da chiaroscuri: visse contemporaneamente come protetta del sistema e sua vittima, cercando instancabilmente di riformare un’utopia che vedeva crollare sotto i colpi dell’autoritarismo1.
Rivisitare il mito da una prospettiva femminista: una scelta politica
Date le premesse relative al clima politico in cui Wolf fu immersa, è naturale rintracciare nella volontà di rivisitare il mito il tentativo di setacciare il passato per attuare un’indagine sul suo presente. Possiamo tracciare quindi dei paragoni tra Troia, la Colchide, Micene e gli altri luoghi dell’antichità classica evocati da Wolf con la Germania e l’Europa del Novecento, attraversate da conflitti bellici ma anche culturali. Quella di Wolf, però, è soprattutto una rivisitazione in chiave femminista: Cassandra (1983) e Medea Voci (1996) sono stati scritti durante e in seguito alla seconda ondata femminista e all’insorgere della terza. A spingere Wolf a riappropriarsi della storia di Cassandra e Medea è il fatto che la loro storia sia stata scritta dagli uomini e, poiché sulla loro psiche vige il più assoluto silenzio, la tradizione le ha dipinte ora come vittime di un destino deciso dagli dei o da altri (come Cassandra), ora come dei mostri da perseguitare (come Medea, che si macchia del crimine più abominevole per la società: uccidere i propri stessi figli).






