Creare nuove edizioni di opere letterarie del Novecento: il fenomeno della ripubblicazione funziona?
Una conversazione con la casa editrice e/o sulle nuove edizioni dei libri di Christa Wolf
Questo numero di Inside Books è realizzato grazie al sostegno di edizioni e/o
“Il ritorno di una voce essenziale della letteratura europea”. È così che le edizioni e/o presentano “il secolo di Christa Wolf”, il progetto di ripubblicazione delle opere dell’autrice tedesca che gradualmente verranno riportate in libreria in nuove vesti editoriali, dal 2026 al 2029, l’anno in cui si festeggerà il centenario dalla nascita della scrittrice.
Per capire meglio cosa c’è dietro quest’operazione, ho fatto qualche domanda a Emanuela Anechoum, responsabile dell’ufficio diritti di e/o, che sta seguendo l’intero progetto.
Molti lettori non sono addentro le logiche editoriali quindi si chiedono come si inserisce all’interno di un progetto editoriale già ricco – come quello di e/o – la scelta di riproporre un’autrice di catalogo ma rivitalizzandone l’opera attraverso nuove vesti editoriali e un ambizioso lancio di iniziative di comunicazione, come nel caso di Christa Wolf. Immagino che contribuiscano eventi specifici come l’avvicinarsi del centenario dalla nascita, ma cos’altro rimane fuori dai processi visibili?
Diversi astri si sono allineati in questi ultimi anni: l’anno scorso abbiamo rinnovato tutti i titoli di Wolf con l’editore tedesco Suhrkamp, e quindi come per ogni rinnovo di questa importanza ci siamo posti le domande di rito che in questo caso sono diventate l’inizio di una lunga conversazione, e poi di un’idea, e infine di un progetto: quali edizioni sono disponibili per i titoli rinnovati, e chi stanno raggiungendo? Il pubblico di allora è lo stesso che vogliamo attirare oggi? La maggior parte dei titoli sono disponibili in tascabile, con copertine che a volte risalgono ai primi anni novanta: colori sgargianti e cartoncino plastificato. Altra domanda fondamentale: le traduzioni. Anita Raja1, magistrale traduttrice di quasi tutte le opere di Wolf, ha iniziato a rileggerle e ad aggiornarle. La concomitanza del centenario (Wolf è nata il 18 marzo 1929) ci permette di costruire un progetto lento e sostenibile, perché i titoli sono tanti e noi li amiamo tutti; infine Raja stessa ha ricevuto un premio importantissimo per la traduzione dal tedesco, la Goethe-Medaille, proprio in concomitanza con l’inizio delle ripubblicazioni.
Ma tutti questi elementi non sintetizzano davvero perché questa impresa ci stia così tanto a cuore: chi lavora in e/o respira Wolf dal primo momento in cui entra in casa editrice. Le sue foto sono ovunque sparse per l’ufficio; il ricordo delle sue visite in Italia, delle lezioni nelle università, del rapporto profondo che c’era fra lei, Anita Raja e Sandra Ozzola, fanno parte del nostro quotidiano. È stata una figura che ha formato la prima guardia di e/o sotto ogni punto di vista, non solo letterario e professionale, ma anche personale, intimo, valoriale. Per noi che siamo arrivati dopo lei è come un mito privato: a tutti piaceva l’idea di poter essere coinvolti in prima persona sui suoi libri, non avendo potuto ‘viverla’ direttamente; ma ci ha lasciato tanto, e ci parla ancora in molti modi.
Ci sono sempre delle cose tangibili da considerare quando ci si imbarca in un progetto di ripubblicazione integrale di un’autrice che ha scritto più di 15 titoli, ma entra in gioco, come sempre in questo lavoro, anche tanta emozione, ed è quella credo a fare la differenza.
Christa Wolf è un’autrice unica per tanti aspetti: dallo stile della prosa fino alle tematiche scelte. In che elementi specifici avete originariamente visto un’opportunità nel pubblicare? Quali sono gli aspetti che più vi hanno colpito della sua scrittura?
Per questa domanda mi sono consultata con Sandra Ozzola. Ci sarebbe tanto da dire sul rapporto tra gli editori e Wolf, loro ne parlano spesso, ma se ci concentriamo nello specifico sulla scrittura, Sandra ha voluto sottolineare due aspetti: la prima cosa che l’aveva folgorata nel leggerla per la prima volta era il modo in cui Wolf tratta il corpo. La presenza del corpo è fondamentale, a volte dura, a volte invece piena di sensibilità ed empatia. Ma nessuno, dice Sandra, parla del corpo delle donne come Christa. Un altro aspetto che sempre la commuove è la sua enorme tenerezza. Sandra ricorda che in Recita estiva Wolf passa molto tempo a descrivere l’orto di una casa in campagna. Nel modo in cui Wolf descrive le zucchine, dice, c’è enorme tenerezza. Raja invece ha parlato spesso dell’ammirazione per “la potenza della scrittura, per la sua capacità di utilizzare il tedesco in una narrazione moderna e avvincente mescolando alto e basso, stile elevato e lingua del quotidiano”.
Io ho iniziato a leggere Wolf, come molte, con Cassandra e Medea, per poi passare a Trama d’infanzia, Il cielo diviso, La città degli angeli. Solo recentemente ho letto Premesse a Cassandra, nella traduzione rivista da Raja, e sono rimasta estremamente colpita dall’attualità e urgenza di alcune riflessioni, in particolare la critica sulla scrittura “femminile” in opposizione a quella “maschile”. Sono pagine che potrebbero essere state scritte ieri. È incredibile come il discorso attorno al femminismo e al monopolio anche in letteratura della cultura patriarcale sia fermo da decenni, e lei avesse già previsto, se non tutto, tanto di quello che avremmo visto e subito dopo. Lascio giusto un assaggio di una pagina di diario scritta nel 1980:
‘La letteratura dell’occidente, leggo, sarebbe una riflessione dell’uomo bianco su sé stesso. È il caso che venga ad aggiungersi ora la riflessione della donna bianca su sé stessa? E nient’altro?’.
L’anno scorso stavo leggendo un saggio di Rachel Cusk su questo stesso tema, nella raccolta Coventry, in cui Cusk fa riferimento principalmente a Virginia Woolf, a cui Wolf si rivolge (criticandola) in Premesse. Ma non credo Cusk abbia letto Wolf. Mi chiedo perché. Secondo me le scrittrici contemporanee stanno tutte sbattendo la testa sulle domande poste da Wolf, con la differenza che lei aveva dei punti cardine ideologici, e la capacità poi anche di metterli in discussione, mentre noi viviamo in un’èra post-ideologica, e crediamo in pochissime, pochissime cose.
C’è qualche aneddoto legato alle nuove pubblicazioni che vi andrebbe di condividere con i lettori?
Abbiamo appena cominciato, ma posso dire questo: nel cercare materiale adatto per i social e per i giornali mi sono immersa nell’archivio delle lettere tra Wolf e Sandra. Ci sono anni e anni di scambi in tre lingue diverse: un po’ di tedesco (spesso poi tradotto da Anita), un po’ di inglese, un po’ di italiano, e infinite pagine su letteratura, viaggi, riflessioni, politica, vita personale… La nostra generazione non ha mai dovuto aspettare settimane per continuare una conversazione. C’è tanta pazienza e tanta attesa in quelle pagine. Sono lettere piene di vita, di humor, ma anche di letteratura e di ideologia, quando ancora significava qualcosa. La cosa più tenera è che spesso i Wolf (marito e moglie) si firmavano con dei disegnetti di due lupi:
Che bell’augurio: hope you’re healthy, and wealthy, and glad.
Altra nota tenerissima: quando scriveva apostrofando Sandra Ozzola e Sandro Ferri, Wolf li chiamava “le talpe”, facendo riferimento a una vecchia libreria aperta da Sandro anni prima che si chiamava “La vecchia talpa”, a sua volta una citazione marxista. Insomma, erano compagni, e si volevano bene, e non si prendevano troppo sul serio anche se ne avrebbero avuto tutto il diritto.
Quali sono state le soddisfazioni più grandi nel riscoprire quest’autrice? C’è un’opera in particolare di Wolf che vi ha sorpreso rileggere e non vedete l’ora di far conoscere a nuovi lettori?
Personalmente non vedo l’ora che la mia generazione metta le mani su La città degli angeli. È un libro incredibile, che racconta il soggiorno di Wolf a Los Angeles dal 1992 al 1993 ospite della Fondazione Getty. Erano stati gli anni più bui della sua vita, quando aveva da un lato scoperto di essere stata spiata per trent’anni dalla Stasi perché considerata una voce scomoda, e contemporaneamente era stata accusata di aver passato informazioni alla stessa Stasi trent’anni prima – ma lei non lo ricorda. L’intero libro è una riflessione straordinaria sulla memoria e sulla rimozione, alternando vita quotidiana in California, incontri con ebrei di seconda generazione emigrati dalla Germania, recupero della letteratura dell’esilio (Mann, Brecht, Feuchtwanger), e una domanda ossessiva, costante, che non va mai via e che sembra non avere risposta: “Come ho potuto dimenticare?”.
Qui siamo decenni prima che il termine autofiction entrasse nel nostro quotidiano, ma questo libro (come anche, in parte, Trama d’infanzia e altri libri più autobiografici di Wolf) anticipa stilisticamente e tematicamente Annie Ernaux, Deborah Levy, Olivia Laing, Sheila Heti.
Quali sono le scelte tecniche di conservazione e di rinnovamento dietro per esempio alle copertine, alle sinossi, ecc.? Quando si ripensa a un progetto editoriale cosa vale la pena mantenere e cosa invece va ripensato per avvicinare nuove generazioni di lettori?
Le nuove edizioni utilizzano le illustrazioni originali, che ormai erano difficili da reperire – erano state sostituite, negli anni Novanta e primi anni Duemila, da quelle dei tascabili. Sono delle copertine abbastanza classiche, in cartoncino non plastificato, non a caso in diverse tonalità di rosa. Non volevamo allontanarci da una tradizione che ha significato così tanto per la storia della casa editrice: Cassandra è stato il primo bestseller di e/o, e lo è stato con una copertina che è diventata iconica per un’intera generazione. Se l’obiettivo di questa operazione è quello di farla conoscere a una nuova generazione di giovani ventenni e trentenni, vogliamo farlo dando loro quella stessa immagine, quella sensazione di richiamo al mito, che tenga Wolf in una corsia a sé, e che non si pieghi alle logiche di mercato sul retelling dei classici o a operazioni commerciali pop.
Per quanto riguarda i testi di copertina, abbiamo alleggerito le sinossi originali, e nella quarta abbiamo scelto una formula che parlasse direttamente con le lettrici e i lettori, presentando non il singolo libro ma il progetto nel suo insieme. La speranza è che piano piano questi volumi rosa vengano collezionati, uno dopo l’altro, e diventino una parte integrante delle librerie di tutte e tutti.
Se doveste scegliere tre parole per descrivere cos’ha ancora da dire Wolf al nostro presente, quali sarebbero?
NO – Pochi giorni fa abbiamo organizzato durante il Salone una lectio di Anita Raja su Cassandra, in cui Anita diceva che uno dei lasciti più straordinarie di questo personaggio alle lettrici è ‘l’educazione al no’: l’espressione libera del dissenso da parte di una donna è un atto rivoluzionario, e per farlo in modo consapevole e libero bisogna essere in grado, come Cassandra, di vedere. Non il futuro, ma il presente: con empatia e spirito critico.
PACIFISMO – Premesse a Cassandra ha delle riflessioni straordinarie sulla minaccia atomica, sull’Europa, sulla tecnologia e sul femminismo intersezionale, tutte cose che ci parlano ancora oggi. Ma c’è un brano di Cassandra che per me racchiude tutto:
Enone: Ma così non si può vivere.
Pentesilea: Non vivere? Morire sì.
Ecuba: Bambina. Tu vuoi che tutto abbia fine.
Pentesilea: Lo voglio. Perché non conosco altro mezzo perché i maschi abbiano fine.
Allora la giovane schiava del campo greco andò da lei, le si inginocchiò davanti e si mise le mani di Pentesilea sul viso. E disse: Pentesilea. Vieni da noi. – Da voi? Che significa. – In montagna. Nel bosco. Nelle caverne presso lo Scamandro. Tra uccidere e morire c’è una terza via: vivere.
COLLETTIVITÀ — L’individualismo comanda il mondo in cui viviamo, ma a questo Wolf contrappone e sceglie sempre l’idea del “noi”: l’identità si definisce solo nel rapporto con la comunità. Considerati i tempi in cui viviamo, quello che è successo di recente a Leoncavallo, in Vanchiglia a Torino, e il modo in cui il collettivo è visto come una minaccia... È una parola che dobbiamo continuare a usare, a proteggere.
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