Scrittrici fuori dal canone: Cialente e de Céspedes a confronto – Mattoni Europei Extra
Due autrici cosmopolite, di successo, impegnate politicamente e… ignorate dal canone. Riscopriamole!
Siamo abituati a pensare alla narrativa italiana contemporanea come a un panorama provinciale, teso a descrivere territori estremamente specifici, di una qualità particolare, in un paese frammentato. È una lettura corretta – e però anche incompleta, almeno per quanto riguarda il Novecento.
Accanto a casi di successo globale consolidati e notissimi, come quello di Italo Calvino, sono anche altri i nomi con un profilo internazionale, capaci di parlare di temi che attraversano le frontiere italiane e di imbastire narrazioni di ampio respiro, tant’è che ancora oggi risultano modernissime.
Sto parlando, in particolare, di Alba de Céspedes (1911-1997) e Fausta Cialente (1898-1994), due autrici che hanno molto in comune. A cominciare dal fatto che entrambe conobbero una certa fama in vita ma vennero poi espunte dal canone (e quindi anche dai manuali scolastici) e scaraventate nel dimenticatoio, fino a oggi.

Grazie al lavoro della critica femminista ma anche di una certa sensibilità editoriale, le opere delle due scrittrici sono state ripubblicate in Italia (Fausta Cialente da La Tartaruga e da Nottetempo; de Céspedes da Mondadori, che le ha dedicato ampio spazio nella collana Oscar Moderni).
Perché è importante ridare luce all’opera di autrici invisibilizzate dal canone? Perché ci sono altri aspetti della storia del Novecento che non sarebbero stati conosciuti senza lo sguardo delle donne e senza le loro storie. Il Novecento è finito ormai un bel po’ di anni fa, ma non è nemmeno così lontano. Eppure, anche quando pensiamo di sapere tutto, ci sono sempre dei pezzi mancanti. Andare all’origine è utile anche per comprendere la contemporaneità e i suoi problemi. E il Novecento è l’inizio della contemporaneità.
Non è casuale l’associazione di queste due autrici che, come anticipato, per motivi diversi si sono ritagliate uno spazio speciale nella letteratura italiana, come autrici cosmopolite ma anche appartate, non sempre allineate con l’ideologia dominante, capaci di essere pienamente partecipi delle vicende storico-politiche italiane ma anche lucidamente distaccate, consapevoli di dover mettere sempre in prospettiva il nostro paese all’interno di un sistema globale più ampio.
Infatti, così come Alba de Céspedes, di origini italo-cubane, visse tra Roma, Parigi e L’Avana, anche Fausta Cialente visse a lungo all’estero (in Egitto, Kuwait e Inghilterra), oltre ad aver avuto fin dall’infanzia una formazione multiculturale (la famiglia era di origine triestina, una città ai confini). Dichiarò più volte di sentirsi una straniera, senza radici fisse, ma il suo nomadismo divenne parte integrante della sua identità intellettuale, uno dei suoi tratti distintivi.
Due autrici cosmopolite, impegnate, audaci e… quasi dimenticate
Entrambe aderirono al modello – ormai quasi del tutto scomparso – di intellettuali impegnate, capaci di intrecciare la propria vicenda artistica e biografica con i grandi sconvolgimenti storici del proprio tempo, lottando per la libertà politica e l’emancipazione delle donne; due figure centrali della cultura italiana del Novecento, accomunate da un profondo senso civile che si tradusse in una partecipazione attiva alla Resistenza italiana (seppur nel caso di Cialente dall’estero).
In particolare, sia Alba de Céspedes sia Fausta Cialente furono croniste radio durante la Seconda Guerra mondiale. La prima con lo pseudonimo di Clorinda, da Radio Bari, interveniva nel programma radiofonico Italia Combatte - La voce della Resistenza. La trasmissione era indirizzata a tutti i “patrioti italiani che lottano contro i tedeschi”: lo scopo era propagandistico, ma aveva anche una funzione pratica di guida e coordinamento dei movimenti sul campo, delle azioni di guerra e delle disposizioni politico-militari utili a rendere le Brigate partigiane operative sul piano bellico e informate delle iniziative del nemico nazifascista. Cialente, invece, collaborò con l’emittente britannica Radio Cairo, conducendo il programma di propaganda antifascista Siamo italiani, parliamo agli italiani. Attraverso notiziari e commenti politici, cercava di informare i connazionali sui delitti del regime. Nell’ottobre del 1943, poi, fondò e diresse il settimanale Fronte Unito, rivolto specificamente ai prigionieri italiani nei campi di internamento del Nord Africa. Il giornale si proponeva come “sveglia e guida” per le masse e strumento di unificazione per i gruppi antifascisti. Grazie alla sua posizione in Egitto, entrò in contatto con numerosi esuli e fuorusciti, documentando tutto il suo operato nel Diario di guerra, nove quaderni che coprirono gli anni che vanno dal 1941 al 1947, e che testimoniano quanto la scrittura per Cialente avesse un valore testimoniale e di forte impronta politica1.
La carriera giornalistica delle due autrici, andò di pari passo con quella narrativa, attestando quanto entrambe fossero partecipi della vita pubblica del paese e in prima linea nel dibattito culturale. De Céspedes nel 1944 fondò e diresse una delle riviste letterarie più importanti dell’epoca: Mercurio (su cui scrissero Moravia, Alvaro, Aleramo, Banti, Ginzburg, Montale, Ungaretti, Masino, Vittorini, ma anche Sartre e Hemingway), mentre Cialente, oltre al già citato Fronte Unito, lavorò per altre testate, tra cui L’Unità e Noi donne, producendo inchieste sull’occupazione femminile e reportage di forte impatto (come quello sulle mondine, sulle retaie di San Benedetto del Tronto, delle conserviere napoletane e le mezzadre toscane). Attraverso i suoi articoli, propose ritratti di donne forti e indipendenti (come Florence Nightingale) per incoraggiare le lettrici a sottrarsi ai ruoli tradizionali di passività e subalternità. Per Noi donne curò anche la rubrica “Libri per voi”, agendo come mentore per le giovani scrittrici, spronandole a creare trame che si concludessero con l’indipendenza della donna anziché con i “soliti sdilinquimenti amorosi”.
Centrale per entrambe le scrittrici, infatti, si è rivelato l’uso della scrittura per ridefinire l’identità femminile. La Resistenza, in questo, rappresentò un momento di eccezionalità: le donne che abbracciarono la lotta antifascista ebbero un ruolo cruciale, come mai prima di allora, nell’azione politica. Furono anni di grande slancio che videro le donne come protagoniste sia in veste di partigiane combattenti, sia come spie, come staffette, collaboratrici o anche solo come importante fonte di sostegno per la società civile mentre gli uomini erano in guerra. Con i soldati al fronte, infatti, anche le donne a cui prima veniva precluso, iniziarono a lavorare, conquistandosi margini di libertà, seppur in condizioni difficili, più ampi.
Il movimento resistenziale, poi, con l’avvento della democrazia, fece ben sperare in una rivoluzione sociale che però non arrivò mai. Infatti, il Dopoguerra, da cui entrambe le scrittrici furono profondamente deluse, come testimoniato dalle loro opere narrative, vide il ripristino dei consueti ruoli di genere e, anzi, gli anni del boom economico diedero ancora più risalto al ruolo domestico delle donne, sebbene con qualche miglioramento in più grazie all’arrivo dei nuovi elettrodomestici.





