Specchio delle mie brame, chi è la più triste del reame? La fiera della vanità – Mattoni Europei 3/6
La satira (attualissima) di William Thackeray dipinge una società dedita solo agli inganni e al consumismo
Sono convinto che in questa nostra Fiera di vanità non esista nessuno così poco curioso da non occuparsi ogni tanto degli affari dei suoi conoscenti.
La fiera della vanità (1848), capolavoro del realismo inglese a firma di William Thackeray, è un romanzo sulla doppiezza che mette al centro della storia due protagoniste antitetiche per carattere e posizione sociale: Amelia Sedley e Rebecca Sharp, che incarnano rispettivamente vizio e virtù, umiltà e ambizione, modestia e superbia, pudore e sfacciataggine, conformismo e trasgressione, banalità e carisma.
Chi vincerà? Perché sì, la narrazione di Thackeray è volutamente sdoppiata e speculare, ma soprattutto competitiva. Mette a confronto continuamente la parabola di due giovani donne all’interno di un perimetro e un milieu molto ben definito: la società vittoriana londinese nel contesto economico del diciannovesimo secolo, ovvero quello del nascente consumismo, indotto dai commerci coloniali che procuravano nuove merci di lusso da sfoggiare e accumulare in patria per le classi più abbienti. Si tratta di una società basata sull’economia dello sguardo ovvero sull’essere osservati e sull’osservare gli altri per invidiarli, per imitarli, per sbarazzarsi di loro.

Il vanesio mondo di Thackeray è attraversato da due tensioni opposte ma conviventi: da un lato, la crescente brama di lusso, nutrita dalla rapacità dell’imperialismo britannico che sfruttava le colonie per importare ed esportare beni, che favoriva la mobilità sociale con l’ingresso di nuovi ricchi e commercianti nelle classi più alte; dall’altro lato, l’attaccamento a gerarchie sociali ancora molto rigide e pregiudizi di classe. Thackeray dipinge soprattutto l’ipocrisia dilagante (ancora una volta, la doppiezza) che impone ruoli e codici di comportamento, specialmente alle donne, apparentemente immutabili che, però, misteriosamente il denaro può aggirare.
Allora, qual è la verità? Quale condotta tenere? La pia Amelia o l’astuta Becky? Tutte e nessuna. O tutte e due insieme. Nessuno può avere ragione in un mondo instabile e corrotto come quello moderno. La genialità e l’attualità del testo di Thackeray risiedono nel suo mettere sullo stesso piano le sapienti doti di arrampicatrice sociale di Becky Sharp e l’incrollabile (o quasi) bontà e abilità domestica di Amelia. Benché una sia il prototipo della donna vittoriana rispettabile e l’altra sia alla stregua di una criminale che trasgredisce le norme vigenti, entrambe, in realtà, competono, chi attivamente e chi passivamente, per ottenere la stessa stabilità e posizionamento sociale (attraverso il matrimonio) nel grande mercato delle vanità che è l’Inghilterra dell’Ottocento.
Già il titolo del libro induce a rilevare come tema dominante della narrazione proprio quello dell’apparenza, ma è il sottotitolo a mettere in luce il modo in cui questo tema sarà sviluppato: “un romanzo senza eroe”. Nessun modello da imitare. E nessun innocente. Vizio e virtù sono due monete di scambio equivalenti in un mercato truccato in cui, però, si deve continuare a vendere e acquistare.
Di questa crisi di valori solidi e del suo intrinseco relativismo, rinveniamo in Vanity Fair tracce profonde del nostro presente. Il modo di vivere di Becky Sharp – così come di molti membri della Fiera – descrive accuratamente i comportamenti nevrastenici tipici della nostra contemporaneità. A lungo Becky è stata analizzata sotto il profilo della critica letteraria come un personaggio radicale, in rotta con la tradizione, un’antagonista formidabile e vivida che ruba la scena “ai buoni” (che non esistono nel romanzo di Thackeray, a ben vedere), addirittura come personaggio femminista nella sua capacità di autodeterminarsi. Con l’ottica del presente, però, possiamo aggiungere un’ulteriore interpretazione: Becky Sharp, e con lei tutto il contesto che l’ha plasmata, sono il prodotto delirante della mentalità consumistica, una mentalità che dall’Ottocento a oggi si è soltanto esasperata.
Se fosse vissuta nel 2026 forse sarebbe stata una perfetta influencer, sempre alla ricerca del nuovo trend, schiava di logiche algoritmiche contro cui non può vincere, condannata a comprare nuove merci (desiderate perché possedute dagli altri) che, però, una volta ottenute non la appagano mai. Il capitale sociale, ieri come oggi, si costruisce attraverso gli oggetti acquistati, il codice di abbigliamento adottato, il numero di esperienze che ci si può permettere. Eppure, non è mai stabile.
I tuoi abitini di mussola e di seta rosa, Amelia cara, pare che mi donino molto. Ormai sono un po’ consumati, ma sai bene che le ragazze povere non possono permettersi des fraiches toilettes.
C’è sempre qualcuno che per distinguersi dagli altri adotta nuove regole, infrange tradizioni, usa nuovi linguaggi. Bisogna correre per stare al passo con tutte le tendenze. E così la ruota della moda continua a girare, tra conformismo e distinzione. L’identità contemporanea, così dipendente dalla cultura materialista, non può mai svilupparsi a pieno e conoscere requia. Perché il mercato si basa proprio sulla capacità degli individui di desiderare all’infinito così possono continuare a comprare e, così facendo, a sostenerlo.
Esposti a mille possibilità, ossessionati dal nostro potenziale sprecato, frustrati dalla nostra inesauribile capacità di bramare sempre qualcos’altro, perennemente alla ricerca di una felicità irraggiungibile: i personaggi de La fiera della vanità siamo noi. E ce ne accorgiamo alla fine di queste interminabili, meravigliose, farsesche ottocento pagine.
Com’è riuscito questo autore a orchestrare un tale sfoggio di umana imperfezione senza diventare un cinico borbottone? Come ha fatto a scrutare nel vuoto di certi personaggi e trarne fuori una tale quantità di saggezza? Come si è cavato fuori dalla trappola del sentimentalismo, pur raccontando di farse e melodrammi da quattro soldi? Per scoprirlo, analizziamo il suo capolavoro di satira e realismo che ha cambiato per sempre la letteratura europea.
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Dietro il sipario, un profilo biografico del regista
La fiera della vanità si configura come un imponente affresco storico con un’ampia galleria di personaggi, paragonabile a ben pochi altri romanzi realisti dell’epoca, forse solo a Guerra e Pace che, però, uscì dopo, tra il 1865 e il 1867. Infatti, Tolstoj prese a modello proprio la struttura narrativa creata da Thackeray per progettare il suo capolavoro, e sono tanti i punti di contatto tra le due opere: entrambi i romanzi sono ambientati durante le Guerre Napoleoniche e hanno come climax due battaglie (Bordodino per Tolstoj e Waterloo per Thackeray), ci sono molti snodi di trama simili (come la rovina finanziaria di Amelia e Natasha) ed entrambi gli “eroi”, Pierre Bezukhov e William Dobbin, si distinguono sotto il profilo morale rispetto agli altri personaggi ma sono goffi, timidi ed elusi dalla mondanità. Il tratto più caratterizzante delle due opere, che a primo acchito potrebbero sembrare antitetiche, è l’intenzionalità: la capacità di rendere il sentimento della vita con il massimo grado di realismo, mettendo in luce le vane illusioni degli uomini, al di là del romanticismo bellico che osannava l’eroismo dei soldati.
Distanziandosi dalla tradizione del romanzo morale inglese, Thackeray descrisse senza veli l’avidità e la rapacità della società vittoriana attraverso un realismo critico ora satirico ora farsesco che conquistò il pubblico di lettori dell’epoca.
Prima di imporsi sul panorama letterario come rivale di Charles Dickens e come modello ammirato da Charlotte Bronte (che gli dedica Jane Eyre), Thackeray sbarcava il lunario scrivendo a ritmi vertiginosi. Si stima che tra il 1840 e il 1847 abbia scritto 386 articoli di giornale e 3 libri sotto una cinquantina di pseudonimi, ma era ancora poco conosciuto come autore letterario. In effetti, la sua carriera di giornalista e opinionista, all’inizio, sembrava molto più promettente, tanto da avviare anche diverse imprese editoriali (come la fondazione del periodico The Constitutional) che, tuttavia, finirono sempre per essere dei fiaschi.
Il fallimento economico perseguitò Thackeray per tutta la vita. Vero figlio del colonialismo anglo-indiano, l’autore nacque a Calcutta nel 1811 da genitori benestanti, ben inseriti grazie alla professione del padre e ai legami della madre nella Compagnia delle Indie Orientali. A cinque anni, dopo la morte del padre, William viene rispedito nella madrepatria1 per completare i suoi studi e diventare un perfetto gentiluomo colto… che vive di rendita. Dopo aver frequentato il Trinity College e aver sperperato gran parte dei suoi redditi nel gioco d’azzardo, però, Thackeray deve far fronte al fallimento della banca indiana che fa andare in fumo la fortuna del padre e il suo patrimonio.
La scrittura, quindi, da vocazione naturale e passione disinteressata, diventa un’attività necessaria per il suo sostentamento. Per oltre un decennio, si mantiene in modo precario come giornalista freelance e scrittore mercenario (sotto pseudonimo) per riviste come Fraser’s Magazine e Punch, su cui tiene la rubrica The Snobs of England, uno dei suoi argomenti d’elezione. Nel frattempo, nel 1836 si sposa con Isabella Shaw, una ragazza irlandese delicata (che si dice abbia fatto da modello per Amelia Sedley), da cui avrà tre figlie che rendono più urgenti le sue preoccupazioni finanziarie. Purtroppo, a ciò si aggiungono anche i disagi psichici della moglie che non si riprenderà più da una depressione post-partum e, dopo un tentativo di suicidio, sarà costretta a essere ricoverata in strutture adeguate per le sue cure.
È in questo clima di ambasce economiche che arriva il tanto atteso successo popolare di Vanity Fair, tra il 1847-1848, che lo consacra come un talento provocatorio, di rottura, capace di generare reazioni veementi e pareri entusiasti. Le circostanze finanziarie di Thackeray possono quindi fungere da attenuanti per le tante digressioni e qualche lungaggine di troppo che permettevano all’autore di mantenersi attraverso questo infinito e geniale dramma in costume. Quando si legge La fiera della vanità, infatti, bisogna tener conto della sua natura di pubblicazione seriale, in cui vanno iscritti i vari “archi” narrativi che dividono il romanzo in più parti, anche geograficamente distanti, così come le divagazioni e i molti episodi umoristici che risultano godibili ma superflui ai fini della trama principale. Ma, all’epoca, erano monetizzabili, permettendo all’autore di sostenersi economicamente, essendo pagato a pubblicazione, una puntata alla volta. Probabilmente i lettori del passato non avrebbero voluto che fosse più breve, era una fonte d’intrattenimento irresistibile che si sarebbero goduti fino alla fine.
Come spiegare il successo dell’opera? Thackeray era diverso dai suoi predecessori ma anche dai suoi contemporanei. Pur attingendo a una tradizione di umoristi come Smollett e riprendendo il modello di narratore onnisciente di Fielding, con la sua penna la sua narrazione diventa sfacciata, feroce e soprattutto priva di sentimentalismi. A differenza del razionalismo di Austen, delle cronache morali di Eliot e soprattutto dei romanzi idealisti di Dickens, Vanity Fair è un romanzo ambiguo che non ha significati predefiniti ma rimane aperto all’interpretazione del lettore che ne può cogliere le tante sfaccettature, rendendo il giudizio sui personaggi non definitivo, sfumato.




