La letteratura horror non è più come te la immagini – Conversazione con Julia Armfield
Il “quiet horror” gioca su atmosfere inquietanti e traumi familiari più che sui cosiddetti “jump scare”
In letteratura è sempre più frequente imbattersi in un nuovo tipo di romanzo dell’orrore: più quieto, meno esplicito; più intimo e strano, meno sensazionalista. Ma non per questo meno inquietante. A questa schiera appartiene anche la narrativa di Julia Armfield.
Avevo già apprezzato il malinconico perturbamento in cui mi aveva lasciato Le nostri mogli negli abissi, una storia di body horror molto originale che affronta l’elaborazione della fine di una storia d’amore, a tutti gli effetti una perdita incolmabile con cui venire a patti. Armfield utilizza l’orrore come metafora e cornice per raccontare paure comuni, l’ansia che caratterizza il nostro tempo, il senso di angoscia per un mondo sempre più devastato, la solitudine che attraversa le nostre vite.
Anche il suo ultimo libro, Riti privati, rientra in questa sperimentazione. È un romanzo ambientato in un mondo dove piove da molto tempo, così a lungo che parte dei luoghi abituali delle città sono ormai sommersi e la popolazione si è abituata a fuggire dall’acqua, a rifugiarsi in alto, costruendo case sempre più verticali.
Ma non è l’unico cambiamento al quale l’acqua ha costretto l’umanità. Che si è, infatti, abituata all’inevitabile apocalisse incombente e ha iniziato a servirsi di rituali antichi, favorendo una rinascita della spiritualità.
In questo scenario sinistro, Julia Armfield proietta una storia familiare, molto intima e “privata” ovvero quella delle sorelle Carmichael: Isla, Irene e Agnes che non si parlano da un po’ e non hanno nemmeno un grande legame. Finché il padre muore. Architetto tanto crudele quanto venerato, la sua morte offre alle sorelle l’opportunità di riunirsi in un modo nuovo. Nella grande casa di vetro in cui sono cresciute, la creazione architettonica più famosa del padre, le sorelle cercano di ripercorrere i segreti e l’eredità che lui ha lasciato loro.
Ma qualcosa di ancora più inquietante potrebbe essere in atto, qualcosa legato alla scomparsa della loro madre avvenuta molti anni prima e agli sconosciuti che hanno sempre mostrato un interesse insolito per le vite delle sorelle.
Ho avuto il piacere di incontrarla a Milano per il tour italiano di presentazioni in cui l’autrice è stata impegnata a maggio con Mercurio, il suo nuovo editore (precedentemente edita da Bompiani).
Vi lascio la conversazione tradotta in italiano. Buona lettura!
Ilenia
Ti ritrovi nella definizione di romanzo speculativo che riscrive in chiave apocalittica ma anche queer il Re Lear? Ho trovato interessante il fatto che il padre fosse fuori scena, concentrandoti solo sulle tre sorelle, questo ti ha permesso di ribaltare il punto di vista shakespeariano sui temi dell’eredità e dell’abuso?
Julia
Ogni volta che mi trovo in un altro paese a parlare di Re Lear, è molto interessante notare come le diverse culture si concentrino su aspetti differenti della storia. Nel Regno Unito, c’è una forte tradizione di riappropriazione e rivisitazione della mitologia o di Shakespeare. Non sono esattamente contraria, ma penso che ci sia una tendenza leggermente paternalistica, che implica che la nostra generazione sia l’unica con il diritto di raccontare le storie correttamente. Non considero, quindi, questo libro una rivisitazione di Re Lear in senso stretto.
Tuttavia, sapevo di voler parlare di tre sorelle e un padre, il che significava dover per forza confrontarsi con Re Lear, che lo volessi o meno. Per me, Re Lear è una storia di eredità e abuso, due temi a cui questo romanzo è intimamente connesso. Nella tragedia, il padre non lascia mai il palcoscenico: mi interessava vedere cosa sarebbe successo girando l’inquadratura e mettendo, invece, le sorelle al centro della scena.





