Inside Books di Ilenia Zodiaco

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Colette: una vita da vagabonda e l’invenzione dell’autofiction – Mattoni Europei 2/6

L’analisi del romanzo più autobiografico di una leggenda letteraria francese

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Ilenia and NightReview
May 05, 2026
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Non ripuliremo mai abbastanza Madame Colette di quella falsa graziosità in cui la leggenda continua ad avvolgerla… Non prendetela per una cara vecchia signora. La sua zampa di velluto poteva mostrare fulmineamente i suoi artigli.

Jean Cocteau

Parigi, 1907. Sul palco consumato del Moulin Rouge sta andando in scena la pantomima Rêve d’Égypte, che si trasforma ben presto in uno scandalo nazionale quando due attrici, scambiandosi un bacio passionale, provocano l’indignazione del pubblico e un quasi linciaggio, interrotto dall’intervento della polizia. Le due donne sono la marchesa Mathilde de Morny, detta Missy, e la scrittrice, attrice di music-hall e futuro mito francese, Colette, legate da un legame omosessuale che costò loro la censura e la sospensione definitiva dello spettacolo.

Non fu né la prima né l’ultima volta che Colette venne censurata per il suo agire. Anzi, imparò ben presto a sfruttare le ondate di sdegno dell’opinione pubblica per attirare ancora più pubblicità per il suo lavoro. Colette intuì, prima di molti altri, che il ventesimo secolo, con l’avvento della società di massa e dei mezzi di comunicazione moderni, dava a tutti gli artisti l’opportunità di essere visibili ben oltre gli stretti confini dei loro libri o dei loro quadri. La vita stessa poteva diventare un’opera d’arte, uno spettacolo per i più curiosi.

Gli eccessi, la sperimentazione sessuale, l’esibizione del proprio corpo, il racconto e il culto di se stessi: tutti questi elementi sancivano la comparsa del divismo e della sacralizzazione dei personaggi pubblici, specialmente gli artisti e gli intellettuali. La personalità eclettica e istrionica di Colette si nutrì proprio di questa osmosi tra vita, spettacolo e scrittura.

Ma la sua esistenza non fu una messinscena bensì un percorso di vita in continua reinvenzione, segnato da una lotta costante per l’indipendenza e da scelte personali che sfidarono i tabù dell’epoca.

Illustrazione originale di Alessandro Ferrari realizzata in esclusiva per Inside Books

La vita e l’opera di Colette, come nota anche da Michela Landi, hanno un carattere “intrinsecamente” mediatico. Infatti, proprio l’inventore del termine autofiction, Serge Doubrovsky, ha identificato in lei il paradigma del personaggio letterario postmoderno.

Al contempo, imprenditrice, attrice di music-hall, cineasta, romanziera e donna mondana, Colette ha giocato “con le soglie tra testualità e pretestualità, rendendo labile il confine tra finzione e verità biografica”. Si è persino inserita come personaggio di un suo romanzo – La Naissance du jour – per sottolineare, ancora una volta, l’ambiguità tra spunti biografici e invenzione pura che contraddistingue la sua scrittura.

In effetti, l’avvento dell’autofiction – intesa come riscrittura del sé ma anche invenzione del sé – sancisce la morte dell’autobiografia come genere legato inevitabilmente alla storia e ai fatti, per catapultare questi scritti nel reame dell’appena verosimile. Colette come personaggio pubblico e letterario – così come tutte le sue eroine – non sono esempi storici ma potenzialità vitalistiche. Non sono reali, trascendono il reale, per inserirsi in un flusso costante di sensazioni, corpi che mutano, identità plurime.

Non a caso la protagonista del romanzo più iconico della scrittrice, La vagabonda (1910), Renée, significa appunto “rinata” in francese. Perché reinventarsi continuamente significa non guardare al tempo come a una corsa contro la morte, ma come a un treno con molte fermate, che promette sempre nuove esplorazioni e idealmente non si ferma mai.


Vita di Colette tra realtà e invenzione del sé

Sidonie-Gabrielle Colette (1873-1954), celebrata come un’icona di libertà e come mito letterario, nasce nelle campagne della Borgogna, ma si affaccia ben presto al bel mondo parigino, frequentando le personalità più in vista della Belle Époque, a cui è introdotta grazie al marito Henry Gauthier-Villars, detto Willy, giornalista mondano e critico musicale, che intuisce il talento della moglie, appena ventenne, e lo sfrutta.

Willy lascia che siano gli altri a scrivere per lui e, come già fatto con i suoi giovani impiegati alle sue direttive, priva anche Colette dei diritti d’autore per i suoi scritti e firmerà al posto suo le opere di Claudine: serie di romanzi di formazione ispirati alla vita di Colette, con al centro un’adolescente ribelle e licenziosa che si impone come personaggio letterario dal successo editoriale strepitoso, forse il primo bestseller del secolo (è il 1900). Attraverso la creazione di merchandising e altre iniziative commerciali all’avanguardia, il modello estetico di Colette/Claudine diventa un prototipo di stile e uno status di indipendenza femminile che viene venduto attraverso la stampa, le fotografie e le illustrazioni che accompagnano i volumi1.

Senza saperlo, Colette aveva creato una delle immagini più celebrate della donna che si vuole libera e padrona dei propri istinti.

Carlo Bo

Willy, che è uno scrittore fallito ma un avido imprenditore, approfitta fino all’ultimo del talento altrui e impone alla giovane (e all’epoca malleabile) moglie un ritmo di scrittura rigido, arrivando a chiuderla a chiave nella propria camera, pur di farla lavorare. L’atteggiamento parassitario e corrotto del marito (oltre che le sue numerose infedeltà, nelle quali spesso la coinvolge), portano alla rottura del sodalizio e del matrimonio, nonostante sia, in realtà, lui a chiedere il divorzio.

Dopo una separazione burrascosa e una battaglia legale che la vede impegnata nel riappropriarsi faticosamente dei diritti d’autore della propria opera, Colette finalmente può ritagliarsi uno spazio da protagonista sul palcoscenico parigino.

All’inizio si reinventa come attrice di music-hall, entrando nel mondo bohémien dei caffè concerto ed esibendosi spesso nuda, ricoperta solo da sfavillanti gioielli. Sono anche gli anni della sua scandalosa relazione saffica con la marchesa Missy, ma non è affatto l’unica compagnia “oltraggiosa” di cui Colette si circonderà negli anni. Si sposerà altre due volte. Entrambe con uomini più giovani di lei e tutti i matrimoni saranno contraddistinti da liason e relazioni extraconiugali.

In particolare, l’unione con il secondo marito, Henry de Jouvenel, barone e giornalista politico dalla grande influenza – che le presenterà il presidente della Repubblica francese, e da cui ebbe anche la sua unica figlia, soprannominata Bel-Gazou – sarà segnata dal legame quasi incestuoso con il figliastro, Bertrand. Nel 1920, infatti, quando Colette aveva 47 anni intrecciò una relazione con il diciassettenne, figlio di primo letto del marito, provocando ostilità nell’opinione pubblica. Questo tema venne ripreso anche nelle sue opere, prima e dopo l’inizio e la rottura del legame scandaloso (nel 1924), sia in Chéri che ne La fine di Chéri (1926), opere che le diedero immensa popolarità.

Nessuna infamia, e se per questo nemmeno la Prima o la Seconda Guerra Mondiale, impedirono a Colette di proseguire la sua carriera, come giornalista e critica – fu corrispondente de Le Matin e collaborò con Le Journal, Vogue, Marie-Claire, Le Figaro – e soprattutto come scrittrice, ottenendo importantissime onorificenze accademiche.

Accanto alle critiche sia per le relazioni poco ortodosse sia per posizioni politiche poco chiare e alle censure – che arrivarono anche per alcune sue opere come Il grano in erba del 1923, considerato troppo esplicito nella descrizione della sessualità adolescenziale – si accumulavano anche i riconoscimenti: fu nominata Grand’Ufficiale della Legion d’onore, nel 1945 divenne membro dell’Académie Goncourt e la prima donna a essere nominata presidente quattro anni dopo; nel 1948 fu candidata al Premio Nobel per la letteratura e nel 1954, quando morì, divenne la prima donna nella storia della Francia a ricevere i funerali di Stato, dopo che la Chiesa rifiutò di officiarne il rito religioso.

Impossibile ridurre, quindi, la sua immagine a una sola cornice. Fu persino estetista e consulente d’immagine, aprì infatti un istituto di bellezza nel 1932. In questo centro, Colette non si limitava a gestire l’attività, ma distribuiva personalmente consigli di make-up alle dame parigine e le truccava lei stessa. Grazie al grande successo dell’impresa, aprirono quattro succursali in cui si iniziarono a vendere prodotti cosmetici curati e pubblicizzati da lei. Naturalmente sulle etichette era riportata la sua immagine, disegnata da lei stessa.

Questa parentesi testimonia ulteriormente il suo spirito indipendente e la sua capacità di reinventarsi in ambiti diversi, dalla letteratura al palcoscenico fino all’imprenditoria. Collaborò, inoltre, con il cinema, giocando con un’immagine di se stessa divistica ma allo stesso tempo replicabile, raggiungibile. In molte imitarono il suo modo di vestire – sia da uomo che da donna –, il suo taglio di capelli, il suo stile.

Il suo approccio anti-intellettuale e la sua immensa popolarità non le impedirono di frequentare per tutta la vita proprio quegli ambienti esclusivi e lussuosi, come il Palais Royal dove visse fino alla morte, popolati da intellettuali originali e sfarzosi. Marcel Proust fu un suo grande ammiratore e arrivò a dire: “Avessi la possibilità di scrivere come Colette”, riconoscendo nella sua prosa una forza e una naturalezza che egli stesso desiderava.

Non conquistò soltanto i suoi compatrioti come André Gide, Jean Cocteau e Simone de Beauvoir, ma anche il resto d’Europa e del mondo, oltre che le generazioni successive come Annie Ernaux. Il premio Nobel ha ricordato quanto la scrittura di Colette fosse considerata nella sua giovinezza pericolosa e proibita ma proprio per questo la attirò, fornendole le parole per descrivere il corpo e il desiderio femminile. Anche Truman Capote fu un lettore assiduo delle sue opere, in lingua originale. Andò addirittura a intervistarla quando lei era ormai anziana e paralizzata dall’artrite. Colette, colpita dalla sua preparazione, commentò in maniera salace: “Ma allora non sono tutti cretini gli americani”.

Contraddittoria e irriducibile, Colette è una figura che sfugge alle definizioni perché capace di scivolare continuamente dentro e fuori dalle categorie prestabilite. Proprio in relazione a questi tratti mutevoli dell’identità di Colette, lei stessa ha coniato l’espressione “ermafroditismo mentale”, un concetto presente sia ne La vagabonda sia ne Il puro e l’impuro, e che sottolinea la sua volontà di errare tra il femminile e il maschile, tra l’alto e il basso, tra il lirico e il corporeo, tra l’ancestrale e il contemporaneo.

In tempi così fluidi e precari, il suo trasformismo e il suo talento nel navigare senza bandiera, mantenendo una rotta imprevedibile e totalmente indipendente, sono una fonte d’ispirazione, oltre che di sorprendente giovialità.


Una donna allo specchio: Renée, protagonista volubile ma autentica

La scena d’apertura de La vagabonda, il suo libro più autobiografico, è emblematicamente ambientata nel dietro le quinte del teatro in cui la protagonista, Renée, si esibisce. Prima ancora del luogo, è la marca temporale a colpire. Renée è in anticipo sul suo numero, è arrivata troppo presto. Brague, il collega che l’ha aiutata a debuttare nella pantomima, glielo rimprovera spesso in termini pittoreschi: “Razza di dilettante! Hai sempre il fuoco al culo”.

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